lunedì 13 aprile 2015

Beni Culturali rischia la chiusura: ennesimo colpo per il Polo Universitario Jonico

Ogni corso di laurea per essere attivato ha bisogno dei docenti “garanti” che variano in funzione degli immatricolati; viene inoltre richiesto un numero preciso di docenti per ogni categoria (es. professori, ricercatori ecc..): questi criteri vennero inaspriti dal Decreto Ministeriale 47/2013 dell’ex Ministro Profumo e poi leggermente modificati dall’exMinistro Carrozza (senza novità significative). Considerando che, rispetto alla normativa precedente al D.M. 47/2013, viene chiesto un numero maggiore di garanti, e che le Università non possono assumerne di nuovi a causa del blocco del turn-over (vanno in pensione più docenti rispetto a quelli assunti), molti corsi vengono chiusi.
Proprio per la mancanza dei requisiti imposti dalla normativa sull’accreditamento dei corsi di laurea il Corso di Beni Culturali di Taranto potrebbe non essere attivato il prossimo anno, dal momento che alcuni dei docenti garanti sono andati in pensione e non possono essere sostituiti. Il problema non è solo tarantino: il SATA (Dipartimento in Scienze dell’Antichità e del Tardoantico, al quale afferisce il corso di Beni Culturali di Taranto) è in difficoltà anche sulla gestione del corso di Beni Culturali di Bari; a questo proposito si sta pensando di unire i dipartimenti di Filosofia, Letteratura, Storia e Scienze Sociali (FLESS) ed il SATA per non avere problemi sulla questione dei docenti garanti dei corsi e quindi essere obbligati a disattivarne altri.
Ovviamente, dopo la diffusione della notizia è aumentata la preoccupazione tra gli studenti, perché di difficoltà del corso si parla da anni, ma questa volta le probabilità di chiusura sono alte. Alcuni studenti hanno anche creato una pagina FB ed un sito internet dove rivendicano il loro diritto ad avere un corso di laurea in Beni Culturali in una città come Taranto che, come sappiamo, è sostanzialmente un sito archeologico a cielo aperto; sarebbe quindi un controsenso chiudere un corso che forma le generazioni future in questo ambito; è stata anche presentata una lettera al Sindaco per chiedere l’intervento delle istituzioni.

martedì 31 marzo 2015

PUGLIA: AUMENTANO LE SOGLIE ISEE/ISP PER LE BORSE DI STUDIO



Con il Dpcm n. 159/2013 dal 1° gennaio 2015 sono entrati in vigore i nuovi criteri per il calcolo dell’ISEE (indicatore situazione economica equivalente), parametro utilizzato per l’ottenimento di varie agevolazioni economiche, tra cui l’accesso alle borse di studio ADISU e l’esonero parziale o totale dalle tasse universitarie.
Gli studenti universitari sono decisamente penalizzati da questo nuovo tipo di calcolo, in quanto ora vengono inclusi i redditi esenti da Irpef (quindi anche la borsa di studio percepita nell’anno precedente) mentre i redditi di fratelli e sorelle, che prima venivano considerati solo nella misura del 50% del loro ammontare, ora concorrono per intero alla formazione dell’indicatore. Come già accennato in un precedente articolo, si calcola in media un aumento di 2000€ dell’ISEE per richiedente, al quale non corrisponde un aumento della ricchezza reale del nucleo familiare.
Questo genera un paradosso abbastanza singolare: prima vieni considerato idoneo a ricevere la borsa di studio perché il reddito del tuo nucleo familiare non ti consente di sostenere le spese universitarie, l’anno dopo invece potresti rimanere escluso dalla platea degli idonei perché la borsa di studio percepita l’anno precedente (ed utilizzata per sostenere le spese universitarie) viene considerata una fonte di reddito ai fini del calcolo dell’ISEE, quindi non si capisce con quali soldi si debbano sostenere le spese dell’anno successivo.
Quella appena descritta è la situazione in cui potrebbero trovarsi gli studenti che l’anno scorso avevano un ISEE molto vicino alla soglia massima, altri invece potrebbero ritrovarsi nella condizione di avere ancora diritto alla borsa di studio ma percepirla con un importo inferiore (ci sono scaglioni di reddito differenti ai quali corrisponde un diverso importo di borsa di studio, con un ISEE maggiore ci si potrebbe ritrovare in uno scaglione diverso rispetto all’anno precedente).

martedì 24 febbraio 2015

Università di serie A, B ed un Governo di III categoria

«Ci sono uni­ver­sità di serie A e serie B, ridi­colo negarlo»

Citando un famoso detto popolare si può affermare che Renzi, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico al Politecnico di Torino, ha scoperto l’acqua calda. Dell’esistenza degli atenei di serie A e B infatti ne sono ben consapevoli gli studenti, che non solo non lo negano, ma da anni denunciano il divario esistente  tra l’offerta formativa ed i servizi erogati, ad esempio, dalle università del Nord e da quelle del Sud. Ne sono ben consapevoli anche i laureati: in effetti anche se nessun governo è ancora riuscito ad abolire il valore legale del titolo di studio (l’ultimo tentativo è stato quello del Governo Monti) è ormai noto che molte aziende preferiscono candidati laureati in determinati atenei piuttosto che in altri, come se la preparazione ed il valore di una persona si possa giudicare a seconda del posto in cui ha studiato. Insomma, se si ha in mano una laurea conseguita presso un ateneo che non gode di buona credibilità, probabilmente non si viene nemmeno chiamati per il colloquio, anche se ad esempio il candidato ha frequentato uno dei corsi migliori di quell’ateneo oppure ha acquisito ulteriori conoscenze al di fuori dell’università e quindi complessivamente potrebbe essere più preparato del collega laureato nell’università di “serie A”.

lunedì 2 febbraio 2015

Cosa offre Taranto ai laureati in economia?

Secondo i dati Almalaurea nel 2013 a Taranto ci sono stati 137 laureati (91 con titolo triennale, e 46 con laurea magistrale). A questi poi vanno aggiunti quelli che conseguono il titolo in altra città e tornano a Taranto dopo aver completato gli studi. Una volta constatato questo dato viene spontaneo domandarsi dove possano essere impiegati 137 laureati in economia nella nostra città: non starò qui a snocciolare dati, ma racconterò le esperienze di varie persone che ho conosciuto durante il mio percorso di studi.
Fondamentalmente i laureati in economia si dividono in due gruppi: quelli che vogliono intraprendere la libera professione (es. commercialisti) e quelli che non vogliono farlo. Questi ultimi potenzialmente potrebbero trovare vari impieghi: banche, istituti finanziari, aziende di vario tipo, enti pubblici, enti di formazione;  peccato che a Taranto ci sia poco o nulla di tutto questo. Le aziende sono davvero poche, quelle che assumono ancora meno e soprattutto non vi è un canale “sicuro” attraverso il quale domanda ed offerta di lavoro si incontrano: la maggior parte degli annunci che si trovano in rete o sui giornali alla fine si rivelano il solito “porta a porta” (che di certo non è un lavoro da disprezzare, ma non è nemmeno corretto pubblicare un annuncio dove viene offerta una determinata mansione per poi rifilarne un’altra). Certo ci si può iscrivere alle numerose agenzie interinali, ma non tutte le aziende ricorrono a questo sistema per la ricerca di personale, alcune non pubblicano le offerte di lavoro nemmeno sul proprio sito internet (sempre se ne hanno uno).
Nella maggior parte dei casi se si ha la fortuna di trovare impiego in un’azienda si tratta di mansioni amministrative/contabilità, gli istituti finanziari offrono quasi sempre contratti a provvigione per la vendita di prodotti finanziari, le banche raramente assumono e comunque quasi sempre non tengono conto dei curriculum dei neolaureati ma trasferiscono giovani (originari di Taranto) che lavorano in altre città (della serie, se vuoi lavorare in banca a Taranto devi farti assumere in qualche altra città e sperare che un giorno ti trasferiscano).

lunedì 8 dicembre 2014

Diritto di cambiare dal basso

Ogni volta che si parla degli Enti Pubblici – da quelli locali a quelli nazionali – si riscontra un malessere diffuso dei cittadini, i quali lamentano la mancanza dei servizi essenziali e si domandano con quali criteri vengano amministrati gli Enti, se gli introiti derivanti dalle proprie tasse vengano gestiti in modo trasparente e soprattutto per il benessere comune.
Il nostro è un paese dove disuguaglianze e povertà si stanno diffondendo a macchia d’olio, gli scontri e l’aumento della criminalità nelle “periferie” rappresentano il fallimento dell’Ente Locale il quale, in determinati contesti, non è in grado di risolvere specifiche situazioni di degrado perché non dialoga con i propri cittadini, abbandonandoli al proprio destino.
Secondo ActionAid – organizzazione internazionale indipendente impegnata nella lotta alle cause della fame nel mondo, della povertà e dell’esclusione sociale – questa situazione dipende dalla presenza di «squilibri di potere, campanilismo, ed approccio opportunistico alla vita pubblica». Se da un lato ci sono amministratori che gestiscono male la cosa pubblica, dall’altro ci sono alcuni cittadini che non risultano propositivi o comunque non conoscono gli strumenti che hanno a disposizione per “costringere” le varie amministrazioni locali ad agire nel modo più giusto. ActionAid afferma che oggi si può lottare contro la povertà e l’esclusione sociale, il primo passo è cominciare ad interrogarsi sulla qualità dell’operato delle istituzioni e sulla loro accountability  intesa come la “capacità delle istituzioni sia di realizzare impegni elettorali e accordi internazionali sia di svolgere la propria funzione in modo trasparente e partecipato”.

mercoledì 26 novembre 2014

Reclutamento degli insegnanti: dal TFA alle Magistrali Abilitanti

Con il Decreto Ministeriale n. 249 del 10 settembre 2010 l’ex Ministro Gelmini ha eliminato le vecchie Scuole di Specializzazione all’Insegnamento Secondario (SISS) ed introdotto un nuovo strumento per acquisire l’abilitazione all’insegnamento: il TFA (Tirocinio Formativo Attivo).
Il TFA non è altro che un corso di formazione universitario a numero chiuso di 1500 ore totali (60 CFU) di cui 475 ore (19 CFU) fanno parte del tirocinio vero e proprio all’interno delle scuole, possono accedervi solo coloro in possesso della laurea specialistica/magistrale.
Questo metodo di “formazione” degli insegnanti ha dei grossi limiti. Il primo è quello che riguarda la didattica: se si dà uno sguardo ai programmi dei corsi previsti per ogni classe di insegnamento (qui ad esempio ci sono quelli dell’UNIBA relativi al TFA 2011/2012) si può notare che, escludendo gli esami di pedagogia ed i relativi laboratori, la restante parte dei corsi consiste in una breve ripetizione di ciò che è stato studiato durante il proprio percorso universitario, cosa di cui si potrebbe fare sicuramente a meno, per dare più spazio al tirocinio presso gli istituti scolastici – il quale rappresenta una parte davvero esigua del percorso del TFA, solo il 30% delle ore totali.
Un altro grosso problema del TFA è il costo elevato: le quote di iscrizione fissate dai vari Atenei variano dalle 100€ alle 150€, mentre il costo del corso varia dai 2500€ ai 3000€. Va poi precisato che per accedere alle varie classi di concorso è necessario possedere un numero preciso di CFU in determinati settori scientifici disciplinari (SSD) e, nel caso in cui durante il proprio percorso universitario non siano stati acquisiti, per poter partecipare alle selezioni per il TFA bisognerebbe iscriversi ai corsi singoli. Questi hanno dei costi non indifferenti, basti pensare che l’UNIBA, nell’approvazione del nuovo piano di rientro, ha aggiunto al contributo fisso di 350€ (già esistente) per i corsi un supplemento di 50€ per ogni credito formativo riferito al singolo insegnamento.
Questi costi devono essere sostenuti per intero indipendentemente dalla condizione di reddito, a differenza dei normali corsi di laurea infatti la tassazione non è proporzionata all’ISEEU e inoltre non sono previste borse di studio/posti alloggio; quindi, oltre a pagarsi il TFA, bisogna affrontare interamente anche le spese per di alloggio o del viaggio per frequentare i corsi. In poche parole possono acquisire l’abilitazione all’insegnamento solo coloro che “se lo possono permettere”.

Il Governo Renzi ha intenzione di cambiare il sistema di abilitazione degli insegnanti, attivando le c.d. “magistrali abilitanti”. Si tratta di corsi di laurea biennali (comprensivi di tirocinio nelle scuole) ai quali si può accedere dopo aver conseguito la laurea triennale, ovviamente a numero chiuso – il Ministero stabilirà i posti disponibili a seconda delle necessità di reclutamento. A pagina 41 del testo sulla “Buona Scuola” di Renzi si legge che «nel corso del biennio di specializzazione, seguirà corsi di didattica e pedagogia, e in generale materie mirate sul lavoro di formazione e crescita dei ragazzi. Chiaramente specifici bienni specialistici potranno funzionare anche per materie affini, evitando di doverne istituire uno diverso corrispondente con rapporto 1:1 a ogni diverso tipo di laurea oggi esistente».
In questo modo verrebbe superato il problema dei costi, perché trattandosi di corsi di laurea gli studenti avrebbero tutti i benefici economici del caso, ma a quale prezzo?

martedì 4 novembre 2014

L’università secondo Renzi: meno fondi e più precarietà

Qualche giorno fa il Ministro Stefania Giannini ha presenziato all’inaugurazione del Polo Scientifico Tecnologico Magna Grecia, in quell’occasione una giornalista ha posto la questione dei tagli operati sulla Cultura ed il Ministro ha risposto che quei tagli appartengono a “stagioni passate” quasi a voler scrollarsi di dosso ogni responsabilità (forse si è dimenticata che parte di quei tagli sono frutto della politica dell’ex Presidente del Consiglio Monti, il quale fondò “Scelta Civica” – partito col quale il Ministro è stata eletta e di cui attualmente fa parte), aggiungendo che gli studenti dovrebbero “guardare la legge di stabilità e capirne il senso ed il valore”, perché quella legge permette l’assunzione di 1500 ricercatori e la “stabilizzazione dei fondi per l’Università con 150 milioni di euro”.
Gli studenti del Polo Jonico che hanno assistito alla cerimonia inaugurale evidentemente hanno creduto a quelle parole, considerando l’aria festosa, le foto, i sorrisi e le chiacchierate amichevoli col Ministro; altri invece fortunatamente hanno analizzato la legge di stabilità ed il quadro che ne esce fuori non è esattamente così roseo come lo dipinge il Ministro.
Su “Roars” c’è un interessante articolo che cita testualmente gli articoli della legge di stabilità riguardanti i finanziamenti all’Università e ne spiega le conseguenze. Quando il Ministro dice che il Governo Renzi stanzia 150 milioni di euro annui non mente. Il problema è che quello stanziamento copre solo in parte i 170 milioni di taglio previsti da Tremonti (quindi rimane una differenza negativa di 20 milioni di euro – la matematica non è un’opinione); quello che il Ministro non dice è che la Legge di Stabilità prevede un taglio al Fondo di Finanziamento Ordinario di 34 milioni per il 2015 e di 32 milioni per ogni anno dal 2016 al 2022 “in considerazione di una razionalizzazione della spesa per acquisto di beni e servizi da effettuarsi a cura delle università”!
Va fatta poi una precisazione: i 150 milioni “stanziati” dal Governo riguardano solo la “quota premiale”, ovvero quella parte dei fondi destinata agli “atenei virtuosi” – quelli che secondo l’ANVUR conseguono i migliori risultati in termini di: qualità dell’offerta formativa, della ricerca, e della efficienza/efficacia delle sedi didattiche. Dunque i famosi 150 milioni di euro in più andranno agli Atenei che non hanno particolari difficoltà, mentre i tagli riguarderanno tutti gli Atenei (anche quelli attualmente in deficit e quindi non “virtuosi”).
Una boccata d’ossigeno arriva dai fondi precedentemente stanziati per la creazione del Polo Universitario di Erzelli e dirottati sul FFO dalla Legge di Stabilità (pari a 5 milioni di euro all’anno per gli anni 2016-2022) e dai “fondi della gestione stralcio del Fondo speciale per la ricerca applicata” pari a 140 milioni di euro i quali, se venissero utilizzati in due anni come ipotizzato su Roars, porterebbero ad un “finanziamento” dell’Università solo per il 2015 e per un importo abbastanza esiguo (16 milioni di euro): dal 2016 in poi si registrerebbe comunque un decremento del Fondo di Finanziamento Ordinario fino ad arrivare ad un taglio totale di 1431 milioni di euro (distribuito negli anni 2015 – 2023), con una media di 159 milioni di euro all’anno. Nel 2023 si prevede un taglio di 278 milioni di euro, che è ben maggiore dei 170 previsti da Tremonti.
A questo vanno aggiunti altri tagli denunciati dagli studenti di LINK: i 150 milioni di euro tagliati al Diritto allo Studio per finanziare gli 80€ da in busta paga (si rischia di erogare 46 mila borse di studio in meno), 42 milioni in meno per il Fondo Ordinario Enti di Ricerca Applicata.  Va detto poi che i nuovi criteri di riparto dei fondi penalizzano ulteriormente gli Atenei già in difficoltà.

sabato 25 ottobre 2014

Ministro Giannini a Taranto: sorrisi, foto e nessuna contestazione

Quella del 21 ottobre è stata sicuramente una giornata di grande fermento per il Polo Universitario Jonico. E’ stato infatti inaugurato il Polo Scientifico Tecnologico “Magna Grecia”, struttura scientifica di eccellenza dotata di strumentazioni da utilizzare per studi e ricerche sul degrado delle matrici ambientali delle acque, del suolo e dell’aria nella provincia di Taranto; il tutto finanziato con 9,5 milioni di euro stanziati dal Programma Operativo Nazionale “Ricerca e Competitività” (PON “R&C”) – si tratta di fondi europei che vengono investiti per il sostegno delle attività di ricerca e innovazione che possano incentivare lo sviluppo economico della zona in cui vengono investiti.
Durante la cerimonia inaugurale sono stati delineati gli obiettivi di questo progetto: il Polo Scientifico Tecnologico infatti non sarà solo una struttura a disposizione dei ricercatori e delle loro idee, ma anche un mezzo per incentivare attività che mirino alla salvaguardia ambientale, in collaborazione con le imprese del territorio, puntando allo sviluppo sostenibile, alla crescita dell’economia locale ed alla creazione di opportunità lavorative per i giovani. Il Rettore Uricchio vuole inoltre legare la presenza del Polo Scientifico all’offerta formativa: la ricerca ambientale potrebbe essere legata a quella sanitaria, permettendo la creazione di un Dipartimento sanitario anche in collaborazione con l’Ospedale Militare.
Il nastro è stato tagliato dal Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, la quale ha visitato i laboratori allestiti presso la ex II Facoltà di Scienze (sede dei corsi di laurea di Informatica e Scienze Ambientali), mentre la cerimonia inaugurale si è tenuta presso la ex Caserma Rossarol in Città Vecchia (sede del Dipartimento Jonico, dei corsi di Beni Culturali e Scienze della Formazione).
Non voglio fare una cronaca della giornata soffermandomi su tutti gli interventi fatti o sulle opportunità che possono scaturire dalla presenza del Polo Scientifico, perché di questo se ne è già ampiamente parlato in questi giorni; vorrei invece porre l’attenzione su ciò che mi ha colpito di questo evento.
E’ vero, si tratta pur sempre di una inaugurazione, ed è abbastanza normale parlare con entusiasmo dei risultati raggiunti o degli obiettivi futuri, ma allo stesso tempo bisogna anche considerare la situazione in cui versa il Polo Jonico a causa della Riforma Gelmini e decreti successivi, per non parlare di quello che potrebbe accadere dopo le decisioni dell’attuale Governo – il quale nella legge di stabilità ha previsto un taglio di 150 milioni di euro per il diritto allo studio, quasi 300 milioni per quanto riguarda i fondi per il finanziamento dell’Università e della Ricerca e  dei nuovi criteri per il riparto dei fondi che potrebbero penalizzare gli Atenei attualmente in deficit, come l’Università di Bari (e quindi anche il Polo Jonico).
Mi sarei aspettata degli interventi più incisivi da parte dell’Università e degli Enti Locali sulla questione della riduzione dei finanziamenti negli anni passati e una condanna delle misure prese dall’attuale governo, perché quella – benché fosse una inaugurazione – era anche l’occasione giusta per far notare al Ministro che è abbastanza contraddittorio parlare dello sviluppo del Polo Universitario Jonico ed allo stesso tempo attuare misure che nel lungo periodo portano le piccole sedi ad essere fortemente ridimensionate (come è successo) – o addirittura a scomparire. Qui non servono le passerelle, ma delle assunzioni di responsabilità e di impegni precisi.

sabato 11 ottobre 2014

La scuola non si paga e non si vende


Un paese che vuole crescere ed uscire dalla crisi deve puntare sull’istruzione delle nuove generazioni, perché si sa – dove non c’è cultura non c’è futuro. L’Italia però, negli ultimi anni, fra tagli ai finanziamenti di scuola ed università e riforme sbagliate, sembra che stia andando esattamente nella direzione opposta. Renzi aveva promesso di cambiare verso, però – secondo gli studenti – i fatti dimostrano il contrario: per l’UDS - che ha promosso la manifestazione di ieri per dire no al “Piano Scuola” di Renzi – il Governo vuole trasformare i dirigenti scolastici in manager, far entrare capitali privati nella scuola pubblica, senza tra l’altro prevedere forme di diritto allo studio (necessarie per eliminare la dispersione scolastica), reddito di formazione o reintegro dei tagli operati in questi anni.
Taranto ha risposto all’appello, la manifestazione è stata promossa dal Movimento Studentesco Taranto ed ha raccolto la piena adesione di alcune scuole e piccole delegazioni di altre; erano presenti anche gli universitari di LINK Taranto, i ragazzi di Officine Tarantine ed una piccola delegazione dei COBAS: in tutto circa 4000 partecipanti.
Sullo striscione alla testa del corteo hanno scritto che “la scuola non si paga e non si vende”, deve essere accessibile a tutti e non deve vendersi ai privati (i quali non garantirebbero una formazione oggettiva al di fuori di logiche di mercato). Durante la manifestazione ci sono stati diversi interventi circa le precarie condizioni degli studenti di tutta la provincia di Taranto: mancanza di laboratori, sistemazione “provvisoria” in strutture dove non ci sono le basilari norme di sicurezza, classi pollaio, mancanza degli strumenti di supporto alla didattica, lezioni che si tengono nei teatri o sacrestie delle chiese, mancato aggiornamento dei regolamenti di istituto.
Non se la passano meglio gli universitari: gli studenti delle Professioni Sanitarie ad oggi non sanno ancora se verranno trasferiti a Bari o meno, mentre gli studenti di Scienze Ambientali lamentano la mancanza di laboratori e la chiusura della biblioteca della loro sede.

giovedì 25 settembre 2014

Su Scuola ed Università Renzi non #cambiaverso


Lo slogan della sua campagna elettorale per le primarie del Partito Democratico era “cambia verso”: si doveva cambiare modo d’agire, per risollevare le sorti dell’Italia ed uscire dalla crisi.
Nella sua mozione congressuale per le primarie l’attuale Presidente del Consiglio ammetteva che il suo partito aveva permesso riforme sulla scuola senza ascoltare chi la scuola la vive ogni giorno, generando «frustrazione e respingendo la speranza di chi voleva dare una mano»; la stessa cosa in realtà è successa per l’Università (che tra l’altro non è mai citata nel documento).
Quindi, parlando di Scuola ed Università, ci si aspettavano: finanziamenti per edilizia e didattica, lotta al baronato, eliminazione dei provvedimenti che impongono parametri troppo rigidi per l’attivazione di corsi di laurea, aumento dei fondi per il Diritto allo Studio.
La realtà dei fatti però è ben diversa: l’unico intervento positivo del Governo Renzi sulla Scuola è lo stanziamento di 1.094.000.000 di euro destinati all’edilizia scolastica: ripristino, messa in sicurezza e costruzione di edifici scolastici; anche se per ora i fondi sono stati utilizzati per piccole manutenzioni, e chissà se e quando verranno stanziati tutti per gli interventi promessi, va precisato anche che per rimettere in sesto tutte le scuole italiane servirebbero molti più soldi.
Fa molto discutere in questi giorni la “Direttiva sul Sistema Nazionale di Valutazione” firmata dal Ministro Giannini, senza tra l’altro dare la possibilità ad insegnanti e studenti di poter discutere i termini della direttiva e proporre modifiche (insomma, in perfetta linea con l’atteggiamento dei precedenti governi).
La scuola di Renzi si basa sulla “valutazione”. Le scuole dovranno produrre un rapporto di autovalutazione sulla base di indicatori forniti dall’INVALSI (Istituto Nazionale di Valutazione del Sistema di Istruzione); questo rapporto avrà due obiettivi: essere uno strumento utile ai genitori che devono scegliere la scuola ideale per il proprio figlio, e valutare quali istituti sono da sottoporre a verifica di ispettori scelti dall’INVALSI (verranno sottoposte a verifica il 10% delle scuole, di queste il 7% verrà scelto attraverso i rapporti di autovalutazione, il restante 3% in modo casuale).