mercoledì 25 aprile 2012

Delitto al Diritto allo Studio (articolo per Siderlandia n. 39)

 
A Marzo sono stati stanziati i tanto attesi fondi del MIUR per l’integrazione delle graduatorie ADISU riguardanti l’assegnazione delle borse di studio; purtroppo però le speranze di alcuni studenti di poter essere “ripescati” sono svanite nel nulla. Infatti degli 826 aventi diritto (cioè coloro che per ragioni di reddito e di merito possono aver accesso a una borsa di studio) soltanto 419 sono risultati borsisti, appena il 51%. Il restante 49% degli idonei dovrà accontentarsi di un’esenzione dal pagamento delle tasse universitarie e, per quest’anno, dovrà rinunciare definitivamente a percepire una borsa di studio che dovrebbe spettare di diritto ma, di fatto, non viene erogata per mancanza di fondi.
Questa è una conseguenza diretta del taglio al fondo statale per il finanziamento del Diritto allo Studio Universitario, passato dai 249 milioni di euro del 2009 ai 175 milioni del 2011 (in realtà il fondo del 2011 avrebbe dovuto essere inferiore a causa di una serie di tagli contenuti nella finanziaria del 2010, ma tali fondi sono stati parzialmente reintegrati, grazie soprattutto alle mobilitazioni studentesche degli ultimi anni); nell’anno accademico 2009/2010  – quando ancora il fondo non era stato dimezzato – la copertura delle borse di studio a Taranto era del 75%.
I dati oggettivi dimostrano che l’attuale sistema di diritto allo studio e il relativo fondo non sono idonei a garantire le disposizioni dell’art. 34 della Cost. – “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”. - La situazione che si riscontra nel Polo Universitario Ionico infatti (diminuzione dei borsisti e dei servizi per gli studenti) è la stessa che si presenta in tutte le altre realtà universitarie, anche in quelle regioni che fino all’anno scorso riuscivano a garantire una copertura del 100% delle borse di studio e che quest’anno hanno dovuto introdurre nelle loro graduatorie la categoria degli studenti “idonei non vincitori”.
L’ex Ministro Gelmini non ha mai avuto l’intenzione di finanziare il Diritto allo Studio e ciò lo si può desumere da una formula molto utilizzata nella legge n. 240/2010: “senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica”. Si è preferito optare per altri mezzi, come ad esempio quello di istituire il c.d. “fondo per il merito”, destinato ad erogare prestiti d’onore a studenti scelti senza alcun requisito di reddito – prestiti che gli studenti dovranno restituire al termine degli studi, con il solo risultato che i meno abbienti si troveranno indebitati con una banca ancor prima di iniziare a lavorare.
Il problema alla base è che l’attuale Ministro Profumo non ha accennato nessuna inversione di tendenza rispetto all’ex Ministro Gelmini, tant’è che si stanno via via formando i vari decreti di attuazione della sua riforma, come il decreto 436 dove viene regolata la definizione dei LEP (Livelli Essenziali minimi delle Prestazioni  da garantire – borse di studio, trasporti, assistenza sanitaria, ristorazione, accesso alla cultura, alloggi ). Se da un lato questo può essere ritenuto un passo in avanti importante verso la definizione di nuovi e migliori criteri per l’assegnazione delle borse e la determinazione dei servizi agli studenti, dall’altro mancano delle specificazioni importanti; nel decreto infatti non si chiariscono gli importi delle borse di studio né i requisiti d’acceso ai bandi. Questo significa che potrebbe essere creato un sistema con livelli più bassi di ISEEU per l’accesso ai LEP e innalzamento dei requisiti di merito.
Questo decreto prevede inoltre l’innalzamento della tassa ADISU, che oggi ammonta in media a 93,50€ (77,47€ in Puglia), fino a 160 euro (varierà in base all’ISEEU); viene inoltre concessa la possibilità alle regioni di alzare la tassa fino ad un massimo di 200€. In questo modo quindi si potrebbe verificare la paradossale situazione in cui saranno gli studenti a finanziare, nella maggior parte, un diritto che dovrebbe essere costituzionalmente garantito, ovvero il diritto allo studio.
Oltre al danno c’è la beffa. In un altro decreto, il 437, vengono regolati i meccanismi di reclutamento: gli Atenei che necessitano di assumere nuovo personale potranno farlo solo aumentando l’importo delle tasse degli studenti.
C’è quindi una situazione particolare, in cui il diritto allo studio viene sempre più svilito e finanziato dagli studenti stessi (anziché dallo Stato); e, come se non bastasse, si impone agli Atenei che vogliono ad esempio migliorare la propria didattica attraverso nuove assunzioni l’innalzamento delle tasse degli studenti, con la conseguenza che l’Università Pubblica potrebbe diventare un “lusso” per pochi.
Ciò che potrebbe peggiorare ulteriormente questo quadro è l’introduzione del principio del pareggio di bilancio nella nostra Costituzione, votato il 17 aprile al Senato con una maggioranza tale da impedire il Referendum Costituzionale e nessun dibattito pubblico. Questa modifica costituzionale potrebbe avere delle gravi ripercussioni soprattutto su chi non ha una stabilità economica, e in genere sul sistema di welfare dello Stato. Qualsiasi governo sarà giustificato ad applicare tagli o aumentare le tasse in qualsiasi ambito – compreso quello dell’istruzione – affermando che è necessario in virtù di quel criterio esclusivamente economico secondo il quale le uscite non possono essere superiori delle entrate. Perdere una borsa di studio, vedersi raddoppiare le tasse universitarie, veder diminuire la qualità della didattica per mancanza di fondi potrà essere considerato quindi “costituzionale”.

Articolo per Siderlandia.it

lunedì 12 marzo 2012

Assessore Ciocia, conosce la Biblioteca “Acclavio”?

L'assessore comunale all'Università, Paolo Ciocia, ha risposto alle richieste del sindacato studentesco Link sui disservizi della biblioteca "Acclavio" sostenendo che quel posto non è pensato per le attività di studio. Peccato che la struttura già da anni sia diventata un centro fondamentale per studenti medi e universitari.

Acclavio2



di Mara Pavone
Il nostro articolo di denuncia sulla condizione il ruolo nella città della Biblioteca “Acclavio”, pubblicato nello scorso numero di Siderlandia.it, ha ricevuto risposta sulle pagine della Gazzetta del Mezzogiorno del 7 marzo con una intervista all’Assessore all’Università e ai Beni Culturali del Comune di Taranto, Avv. Paolo Ciocia. Ringraziandolo in primis per l’attenzione concessaci, vorremo però replicare ad alcune sue affermazioni, che ci lasciano alquanto perplessi. Le sedi universitarie, per l’Assessore, “devono essere il punto di riferimento degli studenti tarantini. Qui si può studiare, ci si può incontrare e fare ricerche perché ci sono tutti i testi che occorrono”; anche perché – continua – “gli spazi per gli studenti universitari si trovano all’interno delle sedi universitarie. Tra l’altro si tratta di luoghi di un certo prestigio e di una certa importanza non solo storica ma anche artistica e culturale” – naturalmente riferendosi all’Ex Convento San Francesco, sede dei corsi di laurea di Giurisprudenza, Lettere e Filosofia e Scienze della Formazione in Città vecchia.
Ci sentiamo di dire che sul fatto che le sedi universitarie debbano essere il punto di riferimento degli studenti, non c’è alcun ombra di dubbio. Non era nostra intenzione affermare il contrario, considerando soprattutto il fatto che abbiamo sempre affermato che l’Università non deve essere vista come un mero “esamificio”, ma come un luogo di aggregazione da vivere a pieno, sia per la propria formazione, che per lo sviluppo di una cultura universitaria a Taranto – anche perché in molti si trattengono per l’intera giornata nelle sedi universitarie per studiare in gruppo oppure, più semplicemente, per evadere dalla realtà di casa. Però, riguardo gli spazi e i servizi che vengono offerti agli studenti universitari all’interno delle Facoltà tarantine, va sottolineato che la situazione non è proprio così “rosea” come la descrive l’Assessore.
Partiamo dalla storica sede dell’Ex Convento San Franceco, definita come un luogo di prestigio da tutti, ma che di prestigioso per ora ha solo le mura e l’ambiente che ospita gli studenti. Da mesi infatti denunciamo la mancanza di servizi basilari come la rete wifi o un laboratorio di informatica, dove poter far ricerche on-line, visto che i testi presenti all’interno della Biblioteca della II Facoltà di Giurisprudenza (già poco fornita) non sono proprio i più aggiornati. In più, nonostante la grande mole dell’edificio, sono scarsi gli spazi studio per gli studenti, come quasi assenti sono gli studi di ricevimento dei docenti, oltre ad esserci ultimamente problemi all’impianto di riscaldamento, che lasciano letteralmente al freddo gli utenti della struttura. Inoltre sono completamente assenti i testi per gli studenti di Scienze della Formazione e Lettere e Filosofia, che non hanno nemmeno i laboratori di Comunicazione e Archeologia.
Sicuramente c’è una situazione migliore nella sede della II Facoltà di Economia, dotata di una sala computer e due laboratori con connessione ad internet, aula studio e biblioteca. I queste ultime due però, nei periodi di maggior affluenza, si fatica a trovare un posto libero per studiare. Rimane comunque il fatto che la biblioteca nel 90% dei casi non ha testi utili alla preparazione delle tesi di laurea: molti di quelli presenti sono datati e, a volte, non vi sono neanche i testi consigliati dai docenti per la preparazione degli esami. La situazione invece è completamente negativa per la sede di Via Grazia Deledda dove sono rimasti “abbandonati” gli studenti dei Corsi di Laurea di Professioni Sanitarie.
Le sedi che offrono più servizi sono quelle della II Facoltà di Ingegneria e della II Facoltà di Scienze MM.FF.NN, dotate di sale studio, biblioteche, laboratori e di una rete wifi – che sono sicuramente migliorabili (come i laboratori di Scienze Ambientali, oppure la non efficienza dei testi per gli studenti di Informatica e Comunicazione Digitale); tuttavia, rimangono delle cattedrali nel deserto, difficili da raggiungere con i mezzi pubblici, ed è normale che gli studenti, scoraggiati dal fatto di dover attendere almeno mezz’ora l’autobus e impiegare più di 45 minuti per raggiungere le Facoltà, decidano di recarsi a studiare alla Biblioteca “Acclavio”. 
Descritta quindi la reale ed oggettiva situazione in cui versano le sedi dei Corsi di Laurea e Facoltà di Taranto, rispondiamo a quanto detto ulteriormente dall’Assessore Ciocia, che afferma che “La biblioteca comunale è un centro di aggregazione a disposizione degli studenti ma non è nato per questo scopo. Gli universitari hanno infatti a loro disposizione luoghi ben attrezzati all’interno delle facoltà”.
Forse la Biblioteca Comunale “Acclavio” non sarà nata con lo scopo di essere un centro di aggregazione a disposizione degli studenti, ma di fatto nel tempo, per una serie di motivi, lo è diventato. Questo lo dimostra l’assidua frequenza, all’interno delle sue sale, di numerosi studenti medi e universitari. Essendo questo un dato di fatto, ci si aspetterebbe quindi che l’Amministrazione Comunale, oltre che confrontarsi con i giovani sui diversi temi che affliggono la città, cominciasse realmente a mettere in pratica delle azioni concrete per risollevare le sorti della struttura; perché se è vero che, da un lato, ci sono le sedi universitarie, i cui servizi possono essere utilizzati solo dagli studenti universitari, dall’altro c’è comunque l’assenza di spazi di studio e di aggregazione per la componente studentesca e, più in generale, per i giovani della città.
La nostra visione in merito alla problematica è piuttosto semplice. Di certo la Biblioteca “Acclavio” non può e non deve esistere per sopperire alle “mancanze” delle strutture universitarie tarantine, ma deve avere un ruolo più ampio, dovrebbe cioè essere un punto di aggregazione per i giovani come avviene in tutte le città d’Italia. Questa è l’esigenza sentita dagli studenti tarantini – medi e universitari – che la frequentano ogni giorno, ed è compito dell’Amministrazione Comunale dare risposta e soddisfare tale esigenza, anche se la destinazione d’uso pensata per quella struttura non è propriamente questa. Tra l’altro, è stato sottolineato che la struttura è stata pensata soprattutto per fare ricerca. La domanda che rivolgiamo però è “su cosa?”, dal momento che la Biblioteca è sfornita di testi utili, mentre quelli presenti sono piuttosto datati? Per fare giusto due esempi, che ci sono stati riferiti da alcuni studenti, il Codice Civile più aggiornato risale al 1989 e non è presente neanche un testo di in italiano di “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carrol.
Inoltre l’emeroteca è aperta solo di mattina, quindi per chi lavora tutti i giorni nelle ore mattutine risulta anche difficile poter fare ricerche. Bisogna considerare poi un altro aspetto importante: avere una Biblioteca Comunale efficiente e con degli orari di apertura più vicini alle esigenze degli studenti universitari – che, ricordiamo, dopo le 18.30 (orario di chiusura delle sedi universitarie e della biblioteca) non sanno dove andare a studiare – è uno degli aspetti che potrebbe far diventare Taranto una vera e propria “Città Universitaria”. Perché per “attirare” gli studenti dalle regioni vicine, o semplicemente far sì che i giovani tarantini decidano di iscriversi in una delle Facoltà o Corso di Laurea del Polo Universitario Jonico, invece che migrare altrove, non basta creare dei corsi di laurea di qualità, ma bisogna anche creare una serie di servizi che rendano la città a misura di studente universitario e lo valorizzino.
 
Articolo per Siderlandia.it

lunedì 5 marzo 2012

Ma la biblioteca “Acclavio” è realmente uno spazio utile per gli studenti di Taranto? (Siderlandia n.32)

Può una città pensare di avere uno sviluppo culturale con una sola biblioteca - che peraltro non funziona nel migliore dei modi? La vicenda della biblioteca Acclavio è emblematico del modo di considerare la cultura a Taranto.

di Remo Pezzuto e Mara Pavone

Taranto, che fu capitale della Magna Grecia e culla della civiltà del Mediterraneo, sembra oggi aver perso completamente il suo carattere culturale, motore di sviluppo dell’intera città. Non possiamo dare la colpa solo alla presenza ingombrante della grande industria, che con i suoi fumi sembra aver offuscato le menti della popolazione; oppure alla militarizzazione del territorio, che ha privato la città di spazi e luoghi. Anche l’interesse delle ultime amministrazioni comunali verso questo tema sembra essere stato alquanto scarso. La mancanza di spazi di aggregazione per le studentesse e gli studenti nella città di Taranto è lampante. Possibile che l’unica biblioteca pubblica in città sia la biblioteca “Acclavio”? Unico spazio dove gli studenti, tarantini e non, possono recarsi per studiare. E’ possibile che questo spazio, essendo anche il solo, manchi dei servizi minimi essenziali?
Ogni giorno decine e decine di ragazzi frequentano “l’acquario” della biblioteca, per preparare gli esami, per ripetere per il compito in classe del giorno dopo, oppure più semplicemente per incontrarsi e collettivizzare il loro studio. Eppure, negli ultimi anni, abbiamo assistito ad un progressivo declino dei servizi offerti, e a volte anche al disinteresse da parte dell’amministrazione comunale nei confronti dei numerosi problemi della struttura. Ultimamente, a causa del malfunzionamento dell’impianto di riscaldamento, gli studenti hanno dovuto patire il freddo per parecchio tempo, prima che venisse presa finalmente la decisione di riparare l’impianto. Il disagio causato dalla chiusura della struttura non si sarebbe avvertito se la biblioteca “Acclavio” non fosse stato l’unico spazio di aggregazione e di studio della città. Anche perché va a sopperire a tutte le carenze delle biblioteche delle Facoltà del Polo Universitario Jonico e delle scuole delle città di Taranto.
Proprio per questo motivo, l’orario di apertura della struttura è a dir poco limitativo, visto che la biblioteca comunale è chiusa per l’intera giornata il sabato – stesso giorno di chiusura delle sedi universitarie –, mentre il lunedì è aperta solo sino ad ora di pranzo e il resto della settimana è aperta dalle 8.30 alle 18.30. Che utilità possono avere questi orari, quando le strutture universitarie aprono e chiudono contemporaneamente? Questo significa che, nel momento in cui le Facoltà chiudono, gli studenti universitari non hanno più un luogo dove poter studiare. Bisognerebbe garantire invece un apertura della biblioteca, ogni giorno, fino a sera, magari attraverso l’ausilio della figura degli studenti part-time, così come accade nelle altre città universitarie.
Ulteriore anomalia è poi la carenza di testi della biblioteca. Non è possibile che chi debba redigere una tesi di laurea o una ricerca di studio, considerando che anche le biblioteche di Facoltà mancano del materiale utile, debba essere costretto a migrare nelle città più vicine, spesso Bari o Lecce, alla ricerca di testi. Tempo fa era possibile fare delle ricerche on line grazie ad un servizio di internet-point gratuito fruibile in sala computer, che però è stato poi disattivato. Per sopperire a questa mancanza qualche anno fa è stata fatta una richiesta di installazione di una rete wi-fi per permettere agli studenti di poter accedere alla rete dal proprio pc, però questo servizio, nonostante sia stato attivato, non funziona come dovrebbe.
Abbiamo sempre sottolineato all’amministrazione comunale l’esigenza di aprire delle sale lettura, oltre la biblioteca comunale, in città. Gli spazi a disposizione degli studenti dovrebbero essere intesi non solo come dei centri di aggregazione, ma anche come poli per lo sviluppo di una coscienza e cultura studentesca che purtroppo ancora a Taranto non c’è e che dovrebbe essere alimentata, piuttosto che tenuta ai margini. E’ inaccettabile che quello che è definito come il “Palazzo della Cultura” della Città di Taranto versi in queste condizioni: orari di apertura non conformi alle esigenze degli studenti, mancanza di testi, riviste e rete wireless che non funziona costantemente. Se vogliamo far crescere questa città culturalmente, dobbiamo assolutamente puntare su questi centri del sapere. Auspichiamo quindi che l’amministrazione comunale metta in atto una serie di interventi per far si che la biblioteca possa offrire tutti quei servizi basilari indispensabili per le studentesse e gli studenti.

venerdì 20 gennaio 2012

Diritto allo studio: un punto di non ritorno? (Siderlandia n.25)

Continua a Torino la mobilitazione contro i selvaggi tagli al diritto allo studio imposti dalla Regione. Ma quello che accade in piemonte è soltanto un'anticipazione di quello che potrebbe a breve avvenire in tutta Italia. Se studiare diventa un lusso che fine fa il nostro paese?

di Mara Pavone e Remo Pezzuto
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.
Così recita l’art. 34 della Costituzione Italiana. Sembra che l’intento dei padri costituenti di voler porre sullo stesso piano i giovani meritevoli del nostro paese, a prescindere dalla loro capacità economica, venga disatteso giorno per giorno, attraverso tagli indiscriminati a questo importante istituto e tentativi di sostituire le borse di studio con i prestiti d’onore e altri mezzi a “costo zero” per lo Stato, ma che hanno un costo altissimo per la collettività.
Ed è così che in Piemonte, regione virtuosa che, fino allo scorso anno, aveva una copertura di borse di studio pari al 100% dei richiedenti, da quest’anno escluderà circa 8000 studenti (il 70% degli aventi diritto) dall’esser beneficiari di ciò che gli spetta per “reddito e merito”, mentre i “vincitori” ad oggi non hanno ancora ricevuto alcun versamento in quanto l’EDISU non dispone di alcun fondo per erogare le borse, a parte qualche milione per il funzionamento delle strutture. Dal 10 gennaio è stata infatti dichiarata l’impossibilità di approvare il bilancio, di erogare le borse di studio e l’ente di fatto è stato commissariato e verrà gestito per via eccezionale (cioè pagando tutte le spese) approvando il bilancio del mese ogni 30 giorni.
La figura dello studente “idoneo non vincitore” è una anomalia tutta italiana e tra gli 8000 studenti idonei non beneficiari di Torino, ci sono anche Amna e Khaled, due fratelli di 19 e 21 anni arrivati a Torino a settembre per studiare nel Politecnico, retto fino a poco tempo fa dall’attuale Ministro dell’Istruzione Profumo. Loro padre ha una pensione di 450 euro al mese e sei figli da mantenere e non ha quindi la possibilità di sostenere le spese per i loro studi. Risultati idonei al concorso di borse di studio, in attesa dell’uscita delle graduatorie hanno chiesto un posto in una foresteria a pagamento, in modo tale da poter saldare il conto con la prima rata della borsa e poter ottenere un posto alloggio gratuito. Purtroppo le cose sono andate diversamente, poiché a causa dei tagli operati dall’EDISU i due fratelli non hanno avuto ciò che gli spettava di diritto e la polizia ha bussato alla loro porta presso la residenza in via Borsellino, cacciandoli. L’ente per il diritto allo studio ha offerto loro un posto in una residenza a Vercelli, ma non hanno i soldi necessari per pagarsi il biglietto del treno ogni giorno, visti i tagli ai trasporti pubblici e l’aumento sproporzionato del loro costo. La loro situazione forse sarà la situazione di tanti altri, nonostante L’EDISU prima delle vacanze di Natale abbia operato una variazione di bilancio che ha permesso di reintegrare 3000 degli idonei non vincitori, ma la situazione rimane comunque critica.
In seguito a questo episodio si è inasprita ancora di più la protesta degli studenti torinesi contro i tagli del diritto allo studio nel Piemonte; costoro, dopo un’assemblea a Palazzo Nuovo, si sono diretti verso la casa dello studente di Via Verdi 15, da tempo in stato di abbandono perché mancano i fondi per ristrutturarla , occupandola. Un’ analoga situazione si è verificata a Catania ad inizio mese dove due stabili acquistati e ristrutturati dall’Università, che sarebbero dovuti diventare delle residenze universitarie, mai aperti e abbandonati per otto anni, sono stati occupati dal Collettivo Aleph. In una situazione di crisi mondiale, ci si aspetterebbe da parte delle istituzioni un’attenzione maggiore, un maggiore investimento verso il diritto allo studio, l’università, verso le classi giovanili, uno sforzo per poter risolvere la situazione. Rimaniamo quindi basiti nel leggere le dichiarazioni di Elena Maccanti (Assessore regionale della Lega Nord) secondo la quale le borse di studio “sono soldi sprecati che la Regione toglie ad anziani e a malati, non è pensabile che in questi tempi di economie la Regione stanzi altri fondi sul diritto allo studio universitario”, o quelle del presidente dell’EDISU di Torino che ha bollato l’occupazione di quella residenza abbandonata come un “atto di violenza”. Da questo tipo di dichiarazioni, e in genere da tutte le scelte operate soprattutto negli ultimi anni (queste situazioni sono infatti figlie dei tagli al DSU operato dall’ex ministro Gelmini e Tremonti) emerge un quadro ben chiaro: nel nostro paese, da Torino a Catania, è in atto uno smantellamento del diritto allo studio, visto ormai come un retaggio del passato da eliminare per sempre. In Italia sono in atto una serie di operazioni da parte di politici militanti in vari schieramenti (da Valditara a Ichino per fare qualche esempio) che mirano a trasformare il diritto allo studio in un sistema che mette i capaci e meritevoli privi di mezzi nella condizione di doversi indebitare per pagarsi gli studi. Questo è molto pericoloso se si pensa che un sistema del genere negli USA ha provocato un forte indebitamento delle famiglie americane che non riescono più a poter garantire ai propri figli (che magari cercano anche un lavoro per pagarsi in parte gli studi) la possibilità di laurearsi, per non parlare poi del calo di immatricolazioni registrato in Gran Bretagna (circa l’8%). Emerge poi un’altra questione: le istituzioni, che dovrebbero essere il nostro interlocutore, non solo non sono in grado di comprendere le nostre esigenze: si rifiutano anche di avere un qualsiasi dialogo con noi. I ragazzi che hanno occupato la casa dello studente a Torino e sono stati accusati di aver compiuto un “atto di violenza”, così come gli studenti catenesi, in realtà hanno creato un laboratorio politico, parlano e si confrontano sulle problematiche e pensano alle possibile alternative per uscire da questa situazione. Siamo arrivati al punto che per essere presi in considerazione dobbiamo scendere in piazza o occupare qualche luogo, perché è l’unico modo che abbiamo per farci ascoltare. E’ questa l’anomalia. Il sistema del diritto allo studio in Italia non va, presenta una serie di problemi, dalla mancanza di fondi ai mancati controlli sulle false dichiarazioni ISEEU. Noi come studenti abbiamo sempre contestato questo sistema e proposto l’alternativa, ma nessuno ha mai cercato di capire le nostre proposte; piuttosto si pensa a favorire il sistema dei prestiti d’onore, incoraggiando un sistema in cui potranno studiare solo coloro che hanno la possibilità di pagarsi gli studi, alla faccia del principio di uguaglianza sostanziale della Costituzione. Ci viene detto che c’è la crisi, che i sacrifici dobbiamo farli tutti. Dalle parole del discorso di fine anno del capo dello Stato si evince, invece, che si deve investire nei giovani. Quello che è successo a Torino invece dimostra che i sacrifici li stiamo facendo solo noi e li stiamo facendo per far si che banchieri, politici e ogni altro parassita di questa società possa continuare a vivere agiatamente. La domanda è: cosa ne sarà di un paese che non investe nei propri giovani e che sta distruggendo le speranze e il futuro di una intera generazione?

Articolo per SIDERLANDIA.IT

giovedì 8 dicembre 2011

L’orgoglio di fare politica nell’Università (Siderlandia n. 21)

“Voi di LINK fate politica”. Ce lo ripetono sempre, come se fosse un difetto, qualcosa che possa ledere la routine universitaria, qualcosa che si dovrebbe evitare.
La “politica” all’interno delle facoltà tarantine è un tabù, e questo è abbastanza risaputo. Se siete dell’idea che agli studenti bisogna parlare delle riforme e dei provvedimenti che li riguardano da vicino, e nel farlo criticate aspramente determinate scelte, potete stare certi che nel momento in cui vi impegnerete a mettere in pratica questa idea più di qualcuno storcerà il naso; poi poco importa se il provvedimento o la riforma di cui si parla danneggerà (o ha già danneggiato) il “Polo Universitario Jonico”, la cui autonomia oggi è a rischio a causa di quella riforma Gelmini da pochi discussa, e da molti non conosciuta, all’interno delle nostre facoltà.
Bisogna chiarire però, cosa si intende per “politica all’interno dell’università”. Ci sono infatti due accezioni: c’è la politica di partito, quella delle associazioni universitarie che in sostanza sono “il braccio giovanile” dei partiti, si tratta di soggetti che portano all’interno delle università le idee e le proposte degli stessi partiti che hanno votato le leggi che ad oggi hanno smantellato il sistema universitario. Giusto per fare qualche esempio: Azione Universitaria (che era nata come giovanile di AN) oppure la RUN (espressione del PD).
Poi c’è la politica universitaria vera. Quella fatta da chi analizza la situazione attuale, i provvedimenti legislativi e le relative conseguenze in modo oggettivo, senza condizionamenti dovuti all’appartenenza a questo o quel partito politico. Ed è quello che Link Taranto fa da 6 anni a questa parte.
Quando ci siamo scagliati contro la l.133, i tagli sul diritto allo studio e la riforma Gelmini siamo stati aspramente criticati; eravamo visti come i catastrofisti che giudicavano negativamente quei provvedimenti solo perché “fatti da un governo di destra”.
Aihmè il tempo ci ha dato ragione, infatti la situazione del Polo Universitario Jonico dopo l’adozione di quei provvedimenti è palesemente cambiata: ci sono meno corsi di laurea (alcuni sono stati accorpati, con conseguenze abbassamento della qualità dell’offerta formativa), meno borse di studio, più tasse ed una autonomia fortemente ridimensionata (siamo passati infatti da 3 facoltà autonome a un dipartimento economico-giuridico); e questo basta per affermare che tutte le volte che ci siamo mobilitati contro la riforma lo abbiamo fatto con criterio, perché sapevamo che la sede di Taranto – essendo una sede distaccata – sarebbe stata la prima a subirne le conseguenze maggiori.
Fare politica universitaria significa anche rapportarsi con le istituzioni locali per cercare di migliorare la condizione degli studenti universitari; giusto per fare un esempio: ci siamo mossi per cercare di creare delle agevolazioni sul trasporto extraurbano dove l’ADISU non riesce per mancanza di fondi, abbiamo chiesto la creazione di una serie di servizi per fare di Taranto una città universitaria (biblioteche aperte fino a tarda sera, piste ciclabili, migliori collegamenti dei bus urbani).
Non ci pare che, in tutto questo, ci sia qualcosa di negativo o dannoso, piuttosto ci chiediamo quanto serva ridurre l’università ad un mero luogo dove si frequentano le lezioni e si sostengono gli esami.
Spesso gli studenti non comprendono l’utilità di ciò che studiano, alcuni esami sono considerati “inutili”, si percepisce una sorta di distacco con la realtà che ci circonda pensando che determinati argomenti non abbiano un riscontro nella vita di tutti i giorni.
Oggi si parla molto di crisi economica, manovre finanziare, spread; perché allora ad esempio non si creano incontri all’interno della facoltà di economia per analizzare le cause della crisi, le misure adottate dal governo per arginarla con annessi dibattiti sull’efficacia di queste misure o meno? Oppure si potrebbe discutere di alternative economiche sul nostro territorio per far si che ci sia una scelta diversa rispetto alla grande industria.
Siamo la città più inquinata di Italia, ma nell’università non si discute mai sull’inquinamento e le sue conseguenze, o sui rimedi, sarebbe un modo per permettere ad esempio agli studenti di scienze ambientali di “mettere in pratica” ciò che studiano, attraverso l’analisi di una problematica che riguarda molto da vicino la città in cui vivono.
La risorsa di questo paese siamo noi giovani, perché viviamo sulla nostra pelle le conseguenze della crisi economica, delle scelte sbagliate dei governi; noi siamo quelli che più di chiunque altro possiamo comprendere la situazione attuale e quindi trovare il modo per risolverla.
Questo significa “fare politica”. Il problema è che a causa dell’attuale classe dirigente, corrotta e dedita a perseguire solo i propri interessi, i ragazzi si sono allontanati dalla politica.
Manca un luogo dove i giovani possano confrontarsi su ciò che accade. Le facoltà dovrebbero essere spazio di discussione, dove i ragazzi possono analizzare le criticità che riscontrano ad esempio nella gestione dello stato o dell’economia, sia al livello nazionale che locale, in modo tale che si possa costruire l’alternativa a quel sistema che oggi non funziona più.
Cosa si fa invece nelle nostre facoltà oltre la normale routine costituita dallo svolgimento delle lezioni ed esami? Nulla o quasi. Periodicamente vengono organizzati convegni che sostanzialmente riprendono temi già ampiamente trattati nelle normali lezioni, senza portare nessun valore aggiunto allo studente.
Noi, nel nostro piccolo, abbiamo sempre cercato di portare temi importanti all’interno delle facoltà, attraverso iniziative che vanno dall’organizzazione di seminari ad assemblee. Il nostro intento è sempre stato quello di creare dibattiti su varie tematiche per smuovere le coscienze, fare in modo che i ragazzi cominciassero ad interessarsi a ciò che accade (in primis nell’ambito universitario, siamo stati gli unici a fare informazione sulla riforma Gelmini) e discutere sulle possibili alternative.
Spesso prendiamo delle posizioni su questioni che non sono prettamente accademiche, perché riteniamo importante l’informazione e la discussione sui temi che ci riguardano più da vicino, dall’inquinamento della nostra città alla precarietà lavorativa, perché sono problemi che si ripercuotono sul nostro futuro e riteniamo di avere il diritto e dovere di essere in prima linea per risolverli.
Purtroppo questo nostro modo di agire non sempre è stato condiviso, a volte anche ostacolato. Le altre associazioni universitarie ci accusano di prendere determinate posizioni su certe tematiche (es. riforma Gelmini) perché “siamo di sinistra”, in realtà se avessero speso pochi minuti del loro tempo nel leggere i nostri comunicati o la nostra AltraRiforma avrebbero capito che tutto ciò che facciamo nasce da una analisi oggettiva della situazione e che la nostre proposte consistono in azioni concrete che mirano a migliorare la condizione degli studenti tarantini.
Veniamo criticati soprattutto perché ci occupiamo di questioni che vanno oltre l’ambito accademico. A queste critiche rispondiamo che se oggi viviamo determinate situazioni di disagio è anche colpa di chi vive nell’indifferenza, se siamo noi i primi a non curarci di ciò che ci circonda ci sarà sempre qualcuno che utilizzerà il proprio potere per i propri interessi, lasciando noi nella condizione di dover pagare per le scelte sbagliate della classe dirigente.
E’ per questi motivi che abbiamo sempre cercato di portare la politica all’interno dell’università, perché riteniamo sia importante far si che i ragazzi comincino ad essere i protagonisti del loro futuro, e possono farlo solo se discutono e si confrontano, cercando di costruire l’alternativa ai governi che fanno solo gli interessi dei soliti noti.

domenica 19 giugno 2011

TUTTI IN PIEDI (L’ITALIA MIGLIORE)







L’informazione in Italia non è libera, soprattutto in televisione, e questo è risaputo.
I giornalisti, i conduttori, la satira … sono tutti soggetti a restrizioni non scritte ma tacitamente osservate perché, in caso contrario, si comincia con la solita litania del “questo è il servizio pubblico, non si può usare il servizio pubblico per dire queste cose” – di mediaset è inutile parlarne, per ovvie ragioni –; però non si capisce perché Vespa che fa una puntata intera sul delitto di Avetrana (credo fosse quello, o comunque si trattava di Yara o Melania) la sera della vittoria del referendum è una cosa normale, oppure utilizzare un telegiornale che non racconta le notizie o dice mezze verità e addirittura afferma che il referendum è il 13 e 14 giugno (invece che 12 e 13) si accetta senza nessun tipo di clamore.
Son cose che succedono.
Invece se Santoro si permette di invitare nella sua trasmissione gente che diversamente non avrebbe modo di parlare è fazioso. Si perché chiunque vada contro la linea di governo è fazioso, non importa ciò che dice, come argomenta, se da delle motivazioni convincenti, se in fondo ha ragione. E’ fazioso. Punto.
Partiamo da un presupposto. Secondo me la neutralità non esiste, o se c’è è molto rara. E’ difficile trovare il conduttore che non abbia le proprie simpatie politiche, o un suo modo di vedere le cose che si rifletta nella sua trasmissione. Ovvio sarebbe auspicabile una situazione in cui un programma raccontasse le cose per quello che sono lasciando al telespettatore la possibilità di farsi una propria opinione, ma in mancanza di questo ci vuole una soluzione.
La soluzione è l’equilibrio. Se esiste Vespa deve esistere Santoro, e viceversa. Se esiste quello che va contro il governo ci deve stare quello che invece ne è a favore. In questo modo la gente può farsi un’opinione. E’ messa nelle condizioni di capire chi dice il vero e chi no.
Lo strano caso italiano è che invece deve esistere Vespa, ma non deve esistere Santoro. Lo hanno ostacolato in tutti i modi: tribunali, critiche, non rinnovo dei contratti ecc .. ma lui è rimasto sempre li, perché credeva che il servizio pubblico andasse difeso dalle pretese dei partiti e perché voleva dare una possibilità a tutte quelle persone che diversamente non avrebbero potuto far sentire la propria voce e gridare all’Italia intera che loro esistono, hanno un problema e nessuno riesce a risolverglielo. Si voleva raccontare l’Italia che non funziona ma che pochi conoscono perché, in fondo, “bisogna essere ottimisti” e “i problemi sono stati risolti” (cit.) … se poi i napoletani sono ancora sommersi dalla spazzatura, l’Aquila è stata abbandonata al suo destino di città fantasma sotterrata dalle macerie e i piccoli imprenditori sono sommersi dai debiti per mancanza di politiche economiche decenti bhè .. problemi loro.
Questa situazione diventa più lampante quando una sera ti ritrovi a vedere un programma in streaming che si chiama “Tutti in Piedi”. I 100 anni di FIOM, un evento per raccontare il lavoro, il precariato, uno spazio dove tutti parlano senza freni. Ti rendi conto che se una cosa del genere fosse andata in tv (specialmente in RAI), probabilmente oggi sarebbero partite già una trentina di denunce, polemiche e minacce di sospendere il programma.
Ed è proprio questo il problema. Negli altri paesi i programmi tv hanno il diritto di dire tutto, come e quando vogliono, la satira prende in giro i politici ogni giorno … non ci sono ripercussioni di nessun tipo, ed è così che dovrebbe essere.
“Tutti in Piedi” mi ha tenuta incollata al monitor del pc fino alla fine. Per la prima volta dopo tanto tempo ho guardato con gusto un programma, ho visto delle persone vere che parlavano di cose vere, ho visto persone incazzate che lottano per cambiare le cose, ho visto la libertà di esprimersi che in tv non c’è mai stata.
Ho visto l’Italia migliore.
Ed è un peccato che non si possa vedere liberamente in tv, ma sia relegata solo allo streaming sul web.


domenica 3 aprile 2011

"ACCOGLIENZA" all'Italiana

Manduria: "Centro di accoglienza" Fonte: http://www.flickr.com/photos/paride81/5571664538/




L’altro giorno a “Le Iene” ho visto un servizio che mi ha lasciata letteralmente senza parole.

Un inviato ha, di fatto, percorso tutto il tragitto che fanno migliaia e migliaia di magrebini per scappare dall’Africa e arrivare in Europa.
In sostanza vengono stipati come una mandria di mucche su un furgoncino (scoperto) circa 100 – 120 persone, in uno spazio che ne può contenere circa la metà se non meno, quindi uno sull’altro. Queste persone percorrono 2500 KM (si, avete letto bene, duemilacinquecento chilometri) nel Sahara, dove trascorrono anche la notte (quindi subiscono un’escursione termica allucinante). Durante il tragitto sotto il sole cocente si mettono sotto alcune coperte per ripararsi dalla sabbia. E il rischio di rimanere in mezzo al nulla per un guasto al motore è altissimo.
Lo fanno perché non ne possono più della fame, della guerra. Hanno solo un sogno, quello di approdare nel “democratico” mondo occidentale, dove le persone hanno una casa ed un lavoro, e possono condurre un’esistenza dignitosa . Ovvio, non è così, i poveri ci sono anche qui. Però i magrebini che ne sanno? Loro vogliono solo andar via, e affrontano tutto questo perché ormai non hanno più nulla da perdere.

Dopo il viaggio si imbarcano, passano giorni in mare, alcuni muoiono, altre barche affondano .. i più fortunati approdano qui.
Arrivati in Italia possono chiedere asilo, dichiararsi rifugiati, e in quel caso sono portati nei centri dedicati. I più fortunati riescono ad avere un permesso di soggiorno. Se invece non vengono identificati subito, sono trasferiti nei CIE, dove sostanzialmente sono trattenuti in vista dell’espulsione definitiva (diciamo che è una specie di prigione). Se scappano, sono classificati come clandestini e quindi se vengono presi, poi vengono rimpatriati.

Questo meccanismo è venuto meno in questi giorni, a causa della grande ondata migratoria. Lampedusa scoppia, non si riescono a gestire tutti gli immigrati, si deve trasferirli altrove.

Il Governo Italiano questa ondata se l’aspettava, lo dichiarò Maroni in tv, però invece di prepararsi al peggio, hanno deciso di lasciar correre.
Ed è qui, che arriva la genialata del governo Italiano. Invece di trasferire questi disperati in posti dignitosi sparsi per l’Italia, zitti zitti, senza avvisare nessuno, fanno una tendopoli stile dopo-terremoto dell’Aquila (quelle tanto confortevoli, che è come “starci in vacanza”, ricordate?), a Manduria. Poco importa se si incazzano tutti, dal sindaco di Manduria (PDL – che tra l’altro si è dimesso) al governatore della Puglia. Gli enti locali servono solo come capro espiatorio quando c’è bisogno di dare la colpa a qualcuno, per il resto non vengono minimamente considerati. La cosa proprio geniale è che, ad oggi, quel campo, non ha una connotazione giuridica. Cioè, non si tratta di un CIE (Centro di identificazione ed espulsione), ne di altri tipi di centri di accoglienza, però se le persone scappano di li perdono la possibilità di chiedere asilo e vengono classificati come clandestini. Insomma, le solite cose all’italiana. Si parlava di massimo 1500 persone, invece sono molte di più.

La paura dei manduriani è anche comprensibile. Del resto tra quella gente disperata potrebbero esserci anche criminali, è inutile che ci prendiamo in giro, non sono tutti santi gli immigrati. Ed era compito dello stato rassicurare i manduriani e fare in modo da non dar ragione ai cittadini di avere paura.

Ed invece? A Manduria si fa la caccia all’immigrato, con la complicità della polizia che “si attiene alle disposizioni”. In questo video http://www.youtube.com/watch?v=RMxzN-WB_0E si vede un furgoncino bianco (che sicuramente non è adibito al trasporto delle persone perché non ha finestrini) che entra nel campo per riportare dei tunisini che erano fuggiti. La polizia non ci trova nulla di strano, anzi, fa cenno ad un componente della “ronda” che possono continuare a fare quello che stanno facendo basta che non usano le maniere forti. La polizia, che dovrebbe garantire la sicurezza, fa scappare i tunisini come se niente fosse e poi li fa riportare dalle ronde, come se tutto questo fosse normale.

E nel campo? Come si vive?

Non c’è cibo a sufficienza, idem per bagni e docce. Nessuno spiega agli immigrati come fare per chiedere asilo, non vengono ascoltati. Noi, che abbiamo avuto la “fortuna” di nascere nella parte fortunata del mondo, che abbiamo la democrazia e non abbiamo la guerra o la povertà che c’è in Africa, noi che abbiamo la presunzione di poter insegnare la democrazia agli altri, noi, proprio noi, li stiamo trattando come  animali.
Noi, che quando andiamo all'estero e troviamo la polvere sulla scrivania della stanza d'albergo dove alloggiamo quando torniamo in Italia ne facciamo un caso di stato, non stiamo garantendo i diritti fondamentali ad un gruppo di essere umani.

Allora scappano, chi non lo farebbe? Voi rimarreste li, in quelle condizioni? Vogliono andare in Francia, Belgio .. a ricongiungersi con i loro parenti .. o semplicemente perché hanno capito la situazione italiana e vogliono scappare. Il problema è che, scappando dal campo, anche se arrivano al confine la Francia li respinge, perché sono classificati come “clandestini” che, badate bene, non è sinonimo di “criminale”, semplicemente significa che non hanno permesso di soggiorno. Punto.
In realtà un modo ci sarebbe per farli andare in Francia o in genere in Europa. Come scritto in un articolo del Fatto Quotidiano «il governo dovrebbe fare un decreto d’urgenza sulla linea di quello che fece nel1991 durante la crisi albanese. “L’esecutivo può e deve emanare una legge di protezione temporanea”, dice l’avvocato che sottolinea come la normativa non solo sia contemplata dalle disposizioni europee (articolo 78 del Trattato di Lisbona), ma soprattutto sia esplicitamente prevista anche dal Testo unico sull’immigrazione. “L’articolo 20 recita che in presenza di guerre, catastrofi o altri eventi di particolare gravità – sottolinea Guarino – ai migranti è consentito temporaneamente di stare in Italia e di girare nell’area Schengen”. »

Non si adotta questa soluzione perché la LEGA storcerebbe il naso e mister B. non può permettersi di perdere l’appoggio di Bossi.

Conclusione?

Hanno già cominciato a farsi pubblicità, dicendo che la situazione sarà risolta al più presto, che ci saranno 100 rimpatri al giorno, che tengono sotto controlla la situazione. Intanto dal campo continuano a fuggire (per fortuna), in mare vengono dispersi barconi dove muoiono persone, nel campo ci sono condizioni che violano i diritti umani. Ma state tranquilli, anche se vengono violati diritti umani da noi non arriveranno mai le bombe, tanto petrolio non ne abbiamo. Al massimo l’UE ci fa pagare una piccola multa e poi amici come prima.

giovedì 3 febbraio 2011

IL GORNO DELLA MEMORIA ... CORTA.


« La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.»
 
(Legge 20 luglio 2000, n. 211 - Istituzione del "Giorno della Memoria" in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.)

Questo è un esempio, ma in realtà di giorni della memoria ce ne sono molti. Il 25 aprile si ricorda la Resistenza contro il nazifascismo, il 2 giugno si ricorda la nascita della Repubblica Italiana. Quest’anno si ricordano i 150 anni dell’unità d’Italia, hanno istituito addirittura il 17 Marzo come festa nazionle.

Quante date, quante cose da ricordare!

Eppure, secondo me, tutte queste ricorrenze non hanno più senso … hanno perso la loro funzione, ormai sono solo degli eventi  mondani, dei giorni in cui politici e simili fanno i loro bei discorsetti o giorni in cui non si va a lavoro. Punto.

Secondo me ricordare l’olocausto o la Resistenza non serve solamente per commemorare la memoria delle persone che sono morte ingiustamente oppure hanno combattuto per la libertà di questo paese, serve per insegnare determinati valori che si sono affermati nella storia, serve a non ripetere più gli stessi errori.

Lo trovo un po’ un controsenso commemorare gli Ebrei morti per le gesta pazzoidi di un dittatore e poi permettere, ad esempio, ad esponenti del governo di dire che si deve sparare sugli immigrati o che i musulmani sono tutti terroristi. Ciò che portò all’olocausto è stata proprio la discriminazione verso  un popolo, e oggi non si trae insegnamento da quello che ci fu in passato. Si ragiona solo per stereotipi, i gay sono considerati malati, tutti gli immigrati sono considerati criminali … si giudica la gente ancor prima di conoscerla associando le persone ad un determinato “status”, e in relazione a quello status si decide se si tratta di qualcuno che merita di essere considerato o condannato. Si parte col pregiudizio. 

Allora è vero che la storia non ci ha insegnato niente.

Che senso ha festeggiare la festa della Repubblica, o l’unità d’Italia, mentre si permette di governare ad un partito come la Lega che non fa altro che criticare la “Roma ladrona” e sogna per creare la c.d. “Padania”? Come si fa a festeggiare l’unità di un paese se c’è una minoranza che il paese lo vuole dividere?

Che senso ha festeggiare il 25 aprile, ricordare la “Resistenza” che ha contribuito a liberare l’Italia da un dittatore se poi alla fine ci facciamo passare sopra qualsiasi cosa, qualsiasi scandalo o semplicemente lasciamo al governo tizi che fanno solo i loro interessi?

Ma l’avete visto il popolo egiziano? In massa sono scesi in piazza per chiedere le dimissioni di qualcuno che non li rappresenta, e non hanno intenzione di smettere fino a quando ciò che chiedono non verrà fatto. Gli egiziani di oggi stanno facendo quello che fecero i partigiani in Italia, stanno cercando di liberare il proprio paese .. perché hanno capito che lamentarsi e basta senza agire non serve a nulla.

Ecco, i “giorni delle memoria”, tutte queste ricorrenze, dovrebbero essere utilizzare per insegnare i valori affermati durante il passato, dovrebbero insegnare a non commettere più gli stessi errori … perché dei giorni commemorativi fini a se stessi non ce ne facciamo nulla.
Non basta ricordare il prigioniero di guerra o il deportato di Auschwitz, bisogna fare in modo che ciò che hanno passato quelle persone non accada più; non basta ricordare i partigiani morti per salvare l’Italia, bisogna adoperarsi per far si che l’Italia rimanga il paese che loro hanno salvato, togliendolo dalle mani di chi lo “governa” per il proprio tornaconto. Altrimenti sarebbe uno schiaffo alla loro memoria.

Insomma  è come fare il regalo alla mamma alla festa della mamma, e poi trattarla male tutto il resto dei 364 giorni .. un controsenso.

Ecco .. tutto questo mi è venuto in mente mentre sentivo alla tv alcuni discorsi fatti da personaggi dalla dubbia moralità il 27 gennaio. 

giovedì 23 settembre 2010

CHI SIAMO .. E COME ERAVAMO.


“Auguro la buonanotte  a tutti quelli che vivono in questo Paese ma che non si sentono in affitto, perché questo Paese è di chi lo abita e non di chi lo governa” (cit. Ligabue)

“La sovranità appartiene al popolo” (art. 1 Costituzione Italiana)

Immagini, opinioni, riflessioni … 85 minuti che descrivono cosa siamo stati in passato e come siamo ora .. ecco cosa è NENTE PAURA, il film di Luciano Ligabue.
Fa un po’ strano vedere tutte quelle immagini, quelle testimonianze .. e vedere come in un certo senso siamo “caduti in basso”. 

Come eravamo …

Eravamo il paese dove il presidente della Repubblica Sandro Pertini diceva- “L’appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto. La politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c’è qualche scandalo; se c’è qualcuno che dà scandalo; se c’è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato” -; il paese di Falcone e Borsellino e di tutti quei cittadini che, dopo la loro morte, hanno deciso di non piegarsi più alla mafia e di fare qualcosa nel loro piccolo per combatterla; eravamo il paese che si indignava per la strage di Bologna; il paese che si incazzava; il paese che dava assistenza ai clandestini senza fare recriminazioni perché avevano viaggiato in migliaia su un barcone ed erano stremati.

E ora, cosa siamo?

Siamo il paese dove se un uomo viene ammazzato per strada la gente fa finta di nulla, ci passa sopra, e continua a camminare per la propria strada. Siamo il paese dove si incita a prendere a bastonate gli immigrati. Il paese che si ribella quando la mafia impedisce di lavorare, ma a ribellarsi non sono gli italiani che ormai si sono piegati a questo sistema, ma gli immigrati che capiscono che gli strumenti per far valere i propri diritti ci sono, e vogliono utilizzarli. Il paese dove chi pubblica un libro che parla della camorra ora è costretto a vivere sotto scorta e dopo tutto ciò che ha fatto vien anche criticato. Il paese dove non si può decidere di non essere sottoposto a cure mediche nel caso ci si dovesse ritrovare in stato vegetativo. Siamo il paese dove si irrompe in una scuola e si picchiano dei manifestanti che non stavano facendo nulla a parte dormire.
Come dice Carlo Verdone nel documentario noi siamo un c.d. “paese cattolico”, pieno di preti, pieno persone che fanno la morale … ma tutto sommato siamo un paese che di morale ne ha ben poca.
Siamo il paese dove, come dice Fabio Volo, ci hanno tolto il futuro .. e una volta tolto quello, non avendo nessuna prospettiva, ognuno pensa a se stesso .. si piega a questa situazione e abbandona l’idea di un paese migliore. Abbiamo perso il senso della “resistenza” che, come dice Don Ciotti, dovrebbe essere un dovere.
Siamo il paese dove, come dice Paolo Rossi, ci si “indigna ma poi si va a letto la sera” .. ma se all’indignazione poi non segue un’azione concreta .. dell’indignazione non ce ne facciamo nulla.
Siamo il paese dove, come dice la grande Margherita Hack, probabilmente non avremo mai la possibilità di fare delle leggi laiche come quella sul testamento biologico .. perché c’è la convinzione che dio decida sulla vita di tutti .. invece dio decide solo sulla vita di chi crede. Come dice Veronesi chi è laico ha i propri principi nella costituzione, e in quel pezzo di carta da tutti ignorato e violato c’è scritto che nessuno può essere sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio, se non per motivi di legge, ma la legge non può violare i limiti della libertà della persona umana. 

Come siamo arrivati a questo? Nel documentario si dice sia colpa della mancanza di cultura e di una buona politica, e dal fatto che questo “vuoto” sia stato colmato dal grande fratello e simili .. bè secondo me è così, ma solo in parte. 

In qualche modo si è proprio perso l’amore per il proprio paese.
“ l'amore conta … conosci un altro modo per fregar la morte?”
Se si ha amore per qualcosa, si può fregare la morte … se abbiamo amore per il nostro paese possiamo salvarlo dalla morte alla quale altri lo stanno portando … quelli che lo governano ma non lo abitano.
Perché è successo questo? Onestamente non so spiegarmelo .. so che qualcosa di buono ancora c’è. Ad esempio c’è la gente che applaude alla polizia mentre arresta un boss mafioso e il giorno dopo si riversa sotto la questura cantando l’inno d’Italia. C’è la donna a cui hanno ucciso il padre che, dal profondo del suo senso di giustizia, afferma che negare la libertà dopo 30 anni di carcere all’assassino di suo padre è un’ingiustizia perché quell’uomo è cambiato. Ci sono alcuni giovani che si chiedono perché, che si fanno delle domande, che in qualche modo cercano di cambiare le cose attivandosi, discutendo, informandosi. Ed è da qui che si può ripartire.

 “Siamo un paese molto lontano da quello che abbiamo sognato, ma smettere di sognarlo non serve a nessuno”
Sognare un paese migliore aiuta a ritrovare la voglia di cambiarlo … perché se hai un sogno e la realtà fa schifo ti incazzi così tanto da voler assolutamente cambiare le cose … e se lo fanno tutti ci si può riuscire.
Piegare la testa invece a cosa serve? …

“fra un domani che arriva ma che sembra in apnea  … ed i segni di ieri che non vanno più via”